Ci sono piaceri collettivi
e piaceri individuali. A Venezia, il piacere di camminare fra i riverberi
verdastri dei canali e le bifore inquiete e silenziose è condiviso per buoni
tratti con molti altri, e questa condizione sembra rendere meno acuto, meno
personale, meno segreto il piacere. Per fortuna, però, vi sono ampie zone della città ignorate dai turisti e nelle quali ci si può avventurare con placida frenesia.
Del resto, come è noto, i piaceri, aumentano di intensità e diventano raffinati
quando si offrono a noi in forma rapinosa, privata, non programmata e privi di
aspettative. Così, anziché far numero nei luoghi di delizia già certificati e
apprezzati dai gaudenti di ogni dove, ci piace percorrere vie laterali e strade
meno battute, alla ricerca di un piacere privato, rubato, alla scoperta di un angolo nascosto che sembra attendere, per essere goduto appieno, una nostra parola
d’ordine, una complicità da iniziati, una svolta imprevista, un alzar d'occhi.
Zigzagando fra i piaceri
A volte ci si sente come topi nel formaggio...
giovedì 1 gennaio 2015
domenica 31 agosto 2014
Le Clementine, Camogli
Il mare è molto più bello visto dall’alto. Almeno,
così è per alcuni e certo è così per noi. Quindi, giunti a Camogli, anziché
gettarci nella ressa della spiaggia, prendiamo a sinistra, risaliamo la
collina, imbocchiamo la strada stretta e ripida che porta alla chiesa della
Madonna del Boschetto e proseguiamo in piano, a mezza costa, fino al cancello
grigio del B&B Le Clementine. Di
là da quello, un breve tornante serpeggia lungo i terrazzamenti coltivati e si
conclude alla casa rossa, disposta su due piani, dalla quale lo sguardo scorre su Recco, su Genova, laggiù, e sul mare che vibra.
Ci riceve Silvia, ospitale, cordiale, accompagnata
da Ettore, il suo sorridente figliolo di sette anni che si prodiga in
spiegazioni e consigli. Prendiamo subito posto al piano terra della magione,
pronti a godere del giardino, sulla balza di mezzo, all’ombra di una pianta di clementine
(appunto) e di un arancio, indecisi se passeggiare fra l’orto, in basso, o tra
l’uliveto e il frutteto, sopra. E quel senso di sperduta felicità ci accompagna
per tutto il giorno, tanto i sensi sono solleticati dai mille stimoli che
occhieggiano intorno a noi, dai vegetali che ornano e nutrono quella porzione di collina alla frescura che la rallegra, dal panorama ai profumi. E in quel piacevole smarrirsi di letture e visioni perse nell'orizzonte, il pomeriggio si allunga oltre i limiti consueti. E all’ora dell’aperitivo sembra di essere lì da sempre, sembra di far parte del paesaggio o della famiglia.
Ma l’aperitivo è pur sempre l’aperitivo, e allora andiamo
alla frazione San Rocco, e prima di sedere al ristorante di Nonna Nina (ottimo,
con i notevoli zembi al pesto e la soave frittura di acciughe, come di rado si
incontra) imbocchiamo a piedi il sentiero che parte dalla piazzetta alle spalle di San Rocco e
porta a Punta Chiappa. Lì, proprio all’inizio della stradina, c’è il bar Dai Muagetti, una serie di tavolini aggrappati, su piani sfalsati, ai muretti di pietra o fissati sulla balaustra
di ferro, sotto gli ombrelloni obliqui e all’ombra delle querce, a strapiombo
sul mare, con la vista piena sul golfo di Genova. Si prende posto e si spera che i baristi tardino, che il tempo si fermi, che il mondo si arresti lì, a quell'ora, in quel luogo.
Insomma, con il tris delle Clementine, dei Muagetti e di Nonna Nina abbiamo fatto poker.
domenica 24 agosto 2014
Argalà
Vado a cena da Eliana e
Felice, e se anche non riusciamo a mangiare sul loro imponente terrazzo per via
di un temporale da tregenda, la serata è ugualmente vispa e piacevole. Oltre a
me vi sono due amici dei padroni di casa, Federica e Federico, marito e moglie.
Conosco Felice da anni, ma è la prima volta che vado a casa sua. La
conversazione è subito allegra, partecipata, senza intoppi e con rilanci
intelligenti e arguti. Durante l’aperitivo, da antologia per varietà
enogastronomica, scopro che Federica ed Eliana sono rispettivamente presidente
e vice presidente della Conservatoria delle Cucine Mediterranee.
Incuriosito da quella formula così concreta e insieme magniloquente chiedo lumi, e scopro che si tratta di una associazione che mira a valorizzare
il patrimonio di conoscenze alimentari e culinarie dei paesi che si affacciano
sul Mediterraneo partendo dai prodotti agricoli, dai mercati, dai mestieri. In
sostanza, e per quanto riguarda le attività legate al Piemonte, Federica ed
Eliana puntano a tutelare i mercati cittadini, a promuovere gli alimenti
tipici, specie di area montana, a proporre percorsi di educazione alimentare.
Con un simile
preambolo, si può ben immaginare l’iridescente sviluppo della serata, sia sul
piano verbale e aneddotico, sia su quello organolettico.
La conclusione è stata
degna della traversata nelle specialità pugliesi (era il tema scelto da Eliana
per la cena) ed è culminata al momento del digestivo, con la rarità di cui
voglio parlare in questa puntata: il pastis
artigianale Argalà, prodotto a Roccavione, nel Cuneese, da Enrico Giordana e Piero
Nuvoloni-Bonnet. Chi, come me, collega da sempre l’acuto profumo di anice e
liquirizia di quella bevanda all’estate, alla vacanza, al pomeriggio rovente, resterà
folgorato da questa preziosa e nostrana versione del famoso aperitivo (sì, ma
anche digestivo, servito puro con due cubetti di ghiaccio). Argalà, mi ha spiegato
Eliana, mentre sorseggiavo il liquido ambrato e osservavo l’etichetta colorata sulla bottiglia,
è uno dei prodotti valorizzati dalla Conservatoria delle Cucine Mediterranee.
domenica 17 agosto 2014
Da Maurizio, a Cravanzana
In breve, abbiamo trascorso una settimana in Alta Langa, a Cravanzana, e la sintesi migliore, per descrivere l'esperienza, potrebbe essere quella che dà il titolo e inaugura questo blog: come topi nel formaggio. Per di più, da Maurizio (ristorante con camere), il formaggio è su livelli ultraterreni, specie per chi ama le vette del piacere cattivo e pungente di certi caprini stagionati o di preziosi blu indiavolati.
Cravanzana è lassù, fra i noccioleti, e raggiungere l'ampia struttura in pietra del ristorante di Maurizio è come attraccare nel porto atteso e amico, perché i tajarin sono i migliori di Langa (e quindi, ça va sans dire, i migliori del pianeta) e ciò che li precede e che li segue non è da meno.
In quei sette giorni abbiamo bevuto i vini suggeriti da Maurizio, e ricordo, fra i nebbioli giovani, il fresco Gavarini Langhe di Elio Grasso, quello vispo di Chionetti, e il muscoloso Ginestrino di Conterno Fantino; ho provato il dolcetto con tappo a vite di Ettore Germano (sì, tappo a vite: superando, dopo il primo sorso, la ritrosia iniziale) e il Bricco Giubellini, prodotto con le uve di Gigi Garanzini. E ho scoperto, grazie a Maurizio, il blog enologico di Andrea Scanzi (dal quale è nata l'idea di questo blog).
Il fatto è che da Maurizio bisogna stare più del tempo necessario a un pranzo o a una cena. Bisogna prendere una stanza e darsi l'obiettivo di entrare nel tempo esatto di quel posto, che è un tempo diverso da quello a cui siamo abituati. Bisogna scendere i pochi gradini di pietra, lì, oltre il terrazzo, e godersi quella versione dell'eden costituita dal declivio erboso punteggiato dai numerosi peri ben distanziati, dai due o tre meli (non possono mancare, in un eden...) leggeri, dal fico pudibondo, dagli arbusti fioriti, dal grande tiglio che veglia su tutto con finta distrazione, da un paio di imponenti noci a loro volta tenuti d'occhio da due pini accigliati. Lì, nel perfetto equilibrio vegetale, cerchi l'ombra e la trovi; cerchi il sole ed è lì; cerchi il silenzio e scopri che già ce l'hai. E in quel tempo dilatato si legge, si scrive, si pensa, si ride, circondati da colline gonfie di quel verde pieno e ordinato che è tipico dei noccioleti.
Risali, ed è ora di cena, preceduta da un aperitivo e da due chiacchiere di (meritevole) sapore granata, che non guastano...
Insomma, questo è uno di quei luoghi in cui le persone di buon senso posso ritrovare davvero 'il senso', riattivando i numerosi sensi che abbiamo in dotazione.
Da andarci, senza esitazione!
Cravanzana è lassù, fra i noccioleti, e raggiungere l'ampia struttura in pietra del ristorante di Maurizio è come attraccare nel porto atteso e amico, perché i tajarin sono i migliori di Langa (e quindi, ça va sans dire, i migliori del pianeta) e ciò che li precede e che li segue non è da meno.
In quei sette giorni abbiamo bevuto i vini suggeriti da Maurizio, e ricordo, fra i nebbioli giovani, il fresco Gavarini Langhe di Elio Grasso, quello vispo di Chionetti, e il muscoloso Ginestrino di Conterno Fantino; ho provato il dolcetto con tappo a vite di Ettore Germano (sì, tappo a vite: superando, dopo il primo sorso, la ritrosia iniziale) e il Bricco Giubellini, prodotto con le uve di Gigi Garanzini. E ho scoperto, grazie a Maurizio, il blog enologico di Andrea Scanzi (dal quale è nata l'idea di questo blog).
Il fatto è che da Maurizio bisogna stare più del tempo necessario a un pranzo o a una cena. Bisogna prendere una stanza e darsi l'obiettivo di entrare nel tempo esatto di quel posto, che è un tempo diverso da quello a cui siamo abituati. Bisogna scendere i pochi gradini di pietra, lì, oltre il terrazzo, e godersi quella versione dell'eden costituita dal declivio erboso punteggiato dai numerosi peri ben distanziati, dai due o tre meli (non possono mancare, in un eden...) leggeri, dal fico pudibondo, dagli arbusti fioriti, dal grande tiglio che veglia su tutto con finta distrazione, da un paio di imponenti noci a loro volta tenuti d'occhio da due pini accigliati. Lì, nel perfetto equilibrio vegetale, cerchi l'ombra e la trovi; cerchi il sole ed è lì; cerchi il silenzio e scopri che già ce l'hai. E in quel tempo dilatato si legge, si scrive, si pensa, si ride, circondati da colline gonfie di quel verde pieno e ordinato che è tipico dei noccioleti.
Risali, ed è ora di cena, preceduta da un aperitivo e da due chiacchiere di (meritevole) sapore granata, che non guastano...
Insomma, questo è uno di quei luoghi in cui le persone di buon senso posso ritrovare davvero 'il senso', riattivando i numerosi sensi che abbiamo in dotazione.
Da andarci, senza esitazione!
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